...Sotto la vacca c'è il latte. E' attrezzata per mungere. Prima di mungerla, la contadina si lava le mani, i capezzoli e il secchio. Per evitare che i microbi entrino, bisogna chiudere la porta della stalla...."
Di Krilù (del 07/12/2006 @ 12:19:48, in Natura, linkato 1969 volte)
L’affermarsi del Cristianesimo stravolge il significato delle antiche tradizioni, sovrapponendo a riti vecchi di millenni i nuovi riti cristiani, che ne assimilano anche molti simbolismi. Frequenti sono le date corrispondenti ad antiche feste pagane, legate a calendari primitivi mai dimenticati e a ricorrenze solstiziali, cui la nuova religione sostituisce le proprie ricorrenze.
Tanto per citarne alcune:
- il Natale, che si festeggia il 25 dicembre e celebra la nascita di Gesù, sostituisce i Saturnali, le feste del solstizio d’inverno, che celebravano la nascita del sole;
- la Pasqua, che ricorda la resurrezione di Cristo e che si festeggia in data variabile fra marzo e aprile, sostituisce le feste dell’equinozio di primavera, che cadevano in data fissa il 25 marzo. In questa ricorrenza si celebravano divinità legate alla vegetazione, raffigurate sempre da un dio che muore e rinasce (Attis, Cibele, Cerere) che rappresentavano appunto il morire e rinascere della vegetazione.
- il 24 giugno, data in cui la chiesa cristiana ricorda San Giovanni Battista, corrisponde al solstizio d’estate ed era considerata notte magica, in cui le piante avevano poteri miracolosi. Per tutti i popoli d’Europa era la notte delle streghe, popolata di presenze inquietanti.
- il 1° novembre, data in cui si commemorano i defunti era per i Celti il capodanno (Samhain – Halloween).
La selva, gli alberi, la vegetazione in genere, venivano identificati nelle religioni arcaiche come densi di significati sacri. L’abete, il vischio, l’agrifoglio, il ceppo natalizio, trovano dunque la loro origine simbolica di piante legate alle festività del Natale e del Capodanno nelle antiche religioni pagane.
L'abete
Fin dall’antico Egitto fu considerato un albero della natività, perché era la pianta sotto la quale era nato il dio di Biblos, il prototipo dell’Osiride predinastico egiziano. In Grecia l’abete bianco era sacro alla dea Artemide, cioè alla Luna, protettrice delle nascite. Nel calendario celtico l’abete era consacrato al giorno della nascita del fanciullo divino, giornata supplementare che seguiva al solstizio d’inverno. Il legame fra l’abete e il solstizio è documentato anche nei paesi scandinavi e germanici dove nel Medioevo ci si recava poco prima delle feste solstiziali nel bosco a tagliare un abete che, portato a casa, veniva decorato con ghirlande, uova dipinte e dolciumi. Intorno all’abete si trascorreva la notte allegramente: un’usanza radicata, se nel XV secolo Geiler von Kayserberg, un predicatore della cattedrale di Strasburgo, condannava gli eccessi orgiastici di quella notte passata intorno all’abete. Nei paesi latini l’abete natalizio, forse presente in epoca barbarica nei territori invasi dalle popolazioni germaniche e poi scomparso dopo la loro evangelizzazione, penetrò molto tardi. Solo nel 1840 la principessa Elena di Mecklenburg, moglie del duca di Orleans, introdusse l’albero di Natale alle Tuileries, suscitando la sorpresa generale della corte francese. Fu così che l’uso di decorare per Natale l’abete si diffuse a poco a poco anche nei paesi latini, a simboleggiare la nascita del Cristo, anzi a trasformarsi in un simbolo di Cristo come albero della vita. Anche gli addobbi dell’albero furono interpretati cristianamente: i lumini simboleggiano la luce che Gesù dispensa all’umanità, i frutti dorati, insieme con i regalini e i dolciumi appesi ai suoi rami o raccolti ai suoi piedi rappresentano il simbolo della vita spirituale e dell’amore che egli offre agli uomini.
Il ceppo natalizio
Mentre l’usanza dell’abete solstiziale era scomparsa dalle tradizioni italiane con la cristianizzazione delle popolazioni germaniche che l’avevano introdotta, e non sarebbe riapparsa timidamente che all’inizio del XX secolo, era rimasta viva la tradizione di bruciare il ceppo, che oggi tuttavia è diventata molto rara, ristretta a poche comunità capaci di resistere pervicacemente al processo di sradicamento delle tradizioni. Intorno alle origini dell’usanza del ceppo natalizio diverse sono le interpretazioni: il fuoco acceso nei giorni del solstizio invernale, quelli in cui la luce ed il calore del sole languono, poteva rappresentare una pratica magico-simpatica per rafforzare il sole stesso; oppure poteva simboleggiare l’anno che si consumava e finiva, aprendo la strada al rinnovamento del tempo; oppure poteva essere un rito legato al culto degli antenati. Di certo, va visto come adattamento cristiano di una vecchia tradizione pagana quello di considerare il fuoco del ceppo come “rimedio per scaldare Gesù Bambino”. Ne sono la prova le proibizioni e le condanne ecclesiastiche contro l’usanza del ceppo e dell’uso dei suoi resti, ai quali il popolo attribuiva poteri magici di fertilità, abbondanza, fecondità.
Il vischio
Per le feste natalizie si usa appendere o regalare rametti di vischio, considerato un amuleto contro gli influssi negativi. Stando a una simpatica consuetudine, se si passa sotto un cespo di vischio ci si deve baciare. In qualche regione dell’Inghilterra, per scongiurare il pericolo di rimanere zitelle, nella notte del 6 gennaio si deve bruciare il mazzo di vischio che ha addobbato la casa durante le feste natalizie. La tradizione legata al vischio ci giunge dai Celti che lo consideravano una pianticella misteriosa, proveniente direttamente dagli dei, poiché non aveva radici e cresceva come parassita sui rami di un’altra pianta. Essi credevano che nascesse là dove era caduta la folgore, simbolo di una discesa della divinità e quindi di immortalità e rigenerazione. Il vischio cresce su particolari specie di alberi, la quercia è un albero poco attaccato da questo parassita vegetale perciò il vischio delle querce era ritenuto sacro dai Druidi (sacerdoti Celti) che lo usavano nelle cerimonie purificatrici, staccandolo dalla pianta ospite con un falcetto d’oro. Analogo valore sacro aveva il vischio nelle religioni nordiche. Le usanze druidiche continuarono in Francia anche dopo la sua cristianizzazione: nel XV secolo esisteva ancora una cerimonia che ricordava quella dei Celti e veniva detta Guilanleuf o Auguilanneuf (vischio dell’anno nuovo). La natura solare del vischio, la sua nascita dal cielo e il suo legame con i solstizi non potevano non ispirare il simbolo del Cristo, luce del mondo, nato in modo misterioso e quindi usanza accettata anche nella simbologia della festa cristiana.
L'agrifoglio e il pungitopo
Gli antichi romani portavano dei ramoscelli di agrifoglio, durante i Saturnali, nei giorni che precedevano il solstizio invernale, considerandoli come talismani. Questa funzione di amuleto vegetale si ispira probabilmente al suo aspetto: le sue foglie coriacee e munite di spine molto pungenti evocano una funzione di difesa, sempreverdi e lucidissime evocano anche immagini e idee di durata, prosperità, sopravvivenza, mentre i frutti color rosso vivo, che maturano in autunno e durano per tutto l’inverno sembrano celebrare la rinascita del sole al solstizio ed augurare un anno felice. Grazie alle foglie spinose ed alle bacche rosse anche il pungitopo ha evocato lo stesso simbolismo dell’agrifoglio e spesso lo sostituisce negli addobbi natalizi, soprattutto nelle zone in cui l’agrifoglio è diventato una pianta protetta.
La Stella di Natale
Una consuetudine che non proviene invece da antiche usanze è quella diffusasi in tempi recenti di regalare per Natale una piccola pianta di origine esotica, la Stella di Natale, le cui brattee a raggiera si colorano a poco a poco di rosso fino a raggiungere una tonalità accesa proprio nel periodo natalizio. Questa piantina, che appartiene alla famiglia delle Euphorbiaceae e al genere Euphorbia fu scoperta fin dal 1520 dagli spagnoli di Cortés, che la notarono fra i doni che i sudditi portavano a Montezuma. Soltanto nel 1825 l’ambasciatore degli Stati Uniti in Messico, Joel Robert Poinsett, colpito dalla sua bellezza ne portò alcuni esemplari in Carolina per coltivarli, ed in suo onore la pianta fu battezzata Poinsettia pulcherrima. Nel XX secolo è invalsa in America l’usanza di regalarla per Natale insieme con il vischio e l’agrifoglio e, come tutte le mode provenienti da Oltreoceano, anche da noi questa consuetudine si è ben presto affermata. Attualmente vengono coltivate anche varietà con brattee di colore diverso dal rosso originario.
La strenna natalizia
Infine un’ultima curiosità: anche l’usanza della “strenna natalizia”, nome con cui genericamente si indica il dono che viene fatto in occasione del Natale, ha radici lontane e anche questa tradizione è legata ad una pianta. Infatti alle Calende di gennaio, con l’inizio del nuovo anno i Romani solevano scambiarsi come dono augurale le strenae, ramoscelli prelevati da un boschetto sull’Esquilino dove si trovava il sacello della dea di origine sabina Strenia o Strena, dea dei buoni presagi, apportatrice di buona fortuna e felicità.
------------- Bibliografia: Alle radici del folklore romagnolo – E. Baldini Calendario e folklore in Romagna – E. Baldini / G. Bellosi Florario – A. Cattabiani
Di Jan (del 26/10/2006 @ 06:48:58, in Natura, linkato 436 volte)
La natura e la naturalezza delle cose non sono quasi mai considerate per il verso giusto.
Avete mai provato a regalare una rosa a una donna? Se non lo avete fatto... provate e guardate l'espressione del suo viso. E se per caso il fiore fosse un carciofo? Eppure anche il carciofo è un fiore. La naturalezza del regalo va accompagnato dal buongusto perchè, otticamente, un fiore è diverso dall'altro. La natura è bizzarra perchè crea e ha cose gradevoli all'occhio e altre un po' meno (per non dire: schifezze). Alcuni potrebbero dire: "perchè parli sempre di donne e non di uomini?" Provate a pensarci un po' su...... La risposta è presto detta: perchè sono un uomo... mi pare ovvio.
Quando dico che una donna è bella, graziosa, affascinante e quant'altri aggettivi si meriti, lo dico perchè è naturale perchè, come detto poco più sopra, fa parte della natura. Non dirò mai a una donna sei racchia e piuttosto brutta, è come se le avessi regalato un carciofo.
Vi è mai capitato di entrare in casa di un amico e guardarvi attorno giusto per ambientarvi al luogo? L'amico pensa che nei vostri pensieri ci sia una specie di critica sull'arredamento. "hai una bella casa".. dite "modestamente... ma mi è costata un po' di sacrifici" ... risponde A voi quella casa non piace ma non glie lo direte mai: ha poltrone scomode, televisore a 14 pollici, un paio di bottiglie di pessimo amaro e un'altro paio di liquori di pessima qualità, un certo odore di fritto che invade l'appartamento. In definitiva non siete andati a trovare la casa dell'amico ma l'amico........ o sbaglio? La naturalezza deve essere nello stare assieme, in compagnia dell'amico e della sua famiglia.. altrimenti fate la figura del 'carciofo'.
Di Krilù (del 23/09/2006 @ 14:54:18, in Natura, linkato 792 volte)
Il caldo è finalmente arrivato e chi, come me, ama la montagna, già pregusta la ripresa delle attività estive, dalle semplici passeggiate nei boschi per i meno atletici, alle escursioni per vie ferrate, alla conquista di nuove pareti rocciose. Incamminiamoci dunque per raggiungere le alte vette ma, mentre ci avviamo verso la meta che ci siamo prefissi, proviamo anche a guardarci intorno, osservando con occhi più attenti non solo le cime ma anche la vegetazione che cicirconda e che incuranti calpestiamo. Partendo dal fondovalle e risalendo lungo le pendici di una montagna, potremo notare un susseguirsi di paesaggi diversi, i cui limiti variano con l'altitudine, il clima, l'esposizione al sole, il tipo di terreno. Al fondo valle troviamo i boschi di latifoglie (Foto 1), querceti caducifogli montani e castagneti, che al giungere del freddo si spogliano delle foglie. Spesso al castagno si accompagnano altre specie come il cerro, il carpino nero, il sorbo domestico. Al di sopra di questo “piano basale (Foto 2), con una larga zona in comune ricca di faggi, si stendono le foreste di conifere (che sulle Alpi hanno la più ampia diffusione)e formano il “piano montano”. Dapprima troviamo le aghifoglie sempreverdi, come l’abete bianco, l’abete rosso (che rappresenta una delle più tipiche caratteristiche del paesaggio alpino), il pino silvestre (con formazioni limitate ad alcune valli alpine caratterizzate da clima caldo d’estate e rigido d’inverno), il pino nero. Le foreste di abeti sono spettacolari per i tronchi dritti e slanciati e per l’ombra cupa e la frescura che vi regna. Più sopra le aghifoglie decidue (Foto 3): pino montano, larice, pino cembro. I lariceti sono boschi aperti e luminosi, spesso si tratta di veri prati alberati dall'aspetto tranquillo e riposante. Spettacolari sono gli ultimi cembri che si spingono a colonizzare i ghiaioni.Inizia poiil “piano cacuminale” (da cacumen = cima)(Foto 4)con la zona delle brughiere di arbusteti nani (mirtillo rosso, mirtillo nero,rododendro, brugo, erica, pino mugo, semprevivo, azalea delle Alpi, ginepro nano, che è la specie legnosa che si spinge alle più alte quote (fino a 3.500 m.). Salendo ancora scompaiono anche gli alberi e gli arbusti nani, soppiantati dagli alti pascoli (Foto 5), forse il paesaggio più tipicamente alpino. Sono pendii verdi di praterie fiorite, rotte da balze rocciose, percorse da gelidi ruscelli; pascoli magri di minute graminacee, di filiformi festuche, oppure prati umidi costellati di gialle arniche, di campanule azzurre, di genziane (Foto 6) e nigritelle, soldanelle e botton d’oro. Nelle combinazioni delle specie esistono nette differenziazioni tra il substrato calcareo e quello siliceo. I tappeti erbosi calcarei sono composti da sesleria varia e da carice sempreverde, cui si associa una miriade di piante multicolori (astro alpino, aquilegia azzurra, sulla di monte, camedrio alpino). Molto più monotoni sono i tappeti erbosi su substrato siliceo in cui è caratteristica la carice curvula, a cui sono associate anemone primaverili, raponzolo emisferico, dente di leone elvetico, varie specie di primule e il raro giunco di Jacquin. Sopra gli ultimi prati sassosi giungiamo alla zona che si potrebbe pensare senza vita vegetale. Invece anche lassù, sui detriti e sui depositi lasciati dai ghiacciai, la vita non si arrende: vi troviamo infatti una “vegetazione pioniera” fra cui le sassifraghe, la stella alpina (Foto 7), l’eliantemo, il ranuncolo dei ghiacciai (che è stato visto fino a 4.200 m.), la silene acaule. Infine, ancora più in alto, c’è il regno delle tallofite (Foto 8): licheni, muschi, alghe. Nelle nostre escursioni non dimentichiamo che molte delle specie vegetali che incontriamo sono protette perciò, per non incorrere nelle sanzioni previste dalla legge per i trasgressori, lasciamole stare dove sono. E se anche non fossero protette, perché estirparle, per poi arrivare a fondo valle con un floscio mazzolino che non ha più l’attrattiva che ci ha spinto a raccoglierlo e che invariabilmente viene abbandonato nel primo cestino dei rifiuti o, peggio ancora e più frequentemente, sull’asfalto del parcheggio? Se proprio vogliamo portarci a casa un fiore (Foto 9) che ci ha particolarmente colpito, usiamo la macchina fotografica, immancabile nelle nostre escursioni, che ci consentirà di conservarne immutati nel tempoil colore e la forma ed anche il ricordo di quel particolare momento. Facciamo nostro il motto: “Godere la natura e rispettare l’ambiente”. Quando ammiriamo la maestosità di un bosco, lo straordinario cromatismo di un prato montano fiorito o una piantina abbarbicata ad una roccia, ricordiamo che oltre che bella, ogni pianta è utile, avendo una propria funzione insostituibile nel piano della natura. Gli ambienti naturali (Foto 10) , così come si sono andati formando attraverso miliardi di anni di vita e di evoluzione godono di uno stato di equilibrio: il mondo inorganico, il mondo vegetale e il mondo animale sono strettamente interdipendenti e “in armonia” tra di loro. Colui che di questo “stato armonico” usufruisce, deve preoccuparsi di non distruggerne il prezioso equilibrio, per poter essere definito a pieno titolo amico della montagna.
Articolo di Krilù già apparso sul giornalino dell'associazione "Gruppo Amici della Montagna"