L’affermarsi del Cristianesimo stravolge il significato delle antiche tradizioni, sovrapponendo a riti vecchi di millenni i nuovi riti cristiani, che ne assimilano anche molti simbolismi.
Frequenti sono le date corrispondenti ad antiche feste pagane, legate a calendari primitivi mai dimenticati e a ricorrenze solstiziali, cui la nuova religione sostituisce le proprie ricorrenze.
Tanto per citarne alcune:
- il Natale, che si festeggia il 25 dicembre e celebra la nascita di Gesù, sostituisce i Saturnali, le feste del solstizio d’inverno, che celebravano la nascita del sole;
- la Pasqua, che ricorda la resurrezione di Cristo e che si festeggia in data variabile fra marzo e aprile, sostituisce le feste dell’equinozio di primavera, che cadevano in data fissa il 25 marzo.
In questa ricorrenza si celebravano divinità legate alla vegetazione, raffigurate sempre da un dio che muore e rinasce (Attis, Cibele, Cerere) che rappresentavano appunto il morire e rinascere della vegetazione.
- il 24 giugno, data in cui la chiesa cristiana ricorda San Giovanni Battista, corrisponde al solstizio d’estate ed era considerata notte magica, in cui le piante avevano poteri miracolosi.
Per tutti i popoli d’Europa era la notte delle streghe, popolata di presenze inquietanti.
- il 1° novembre, data in cui si commemorano i defunti era per i Celti il capodanno (Samhain – Halloween).
La selva, gli alberi, la vegetazione in genere, venivano identificati nelle religioni arcaiche come densi di significati sacri.
L’abete, il vischio, l’agrifoglio, il ceppo natalizio, trovano dunque la loro origine simbolica di piante legate alle festività del Natale e del Capodanno nelle antiche religioni pagane.
L'abete

Fin dall’antico Egitto fu considerato un albero della natività, perché era la pianta sotto la quale era nato il dio di Biblos, il prototipo dell’Osiride predinastico egiziano.
In Grecia l’abete bianco era sacro alla dea Artemide, cioè alla Luna, protettrice delle nascite.
Nel calendario celtico l’abete era consacrato al giorno della nascita del fanciullo divino, giornata supplementare che seguiva al solstizio d’inverno.
Il legame fra l’abete e il solstizio è documentato anche nei paesi scandinavi e germanici dove nel Medioevo ci si recava poco prima delle feste solstiziali nel bosco a tagliare un abete che, portato a casa, veniva decorato con ghirlande, uova dipinte e dolciumi. Intorno all’abete si trascorreva la notte allegramente: un’usanza radicata, se nel XV secolo Geiler von Kayserberg, un predicatore della cattedrale di Strasburgo, condannava gli eccessi orgiastici di quella notte passata intorno all’abete.
Nei paesi latini l’abete natalizio, forse presente in epoca barbarica nei territori invasi dalle popolazioni germaniche e poi scomparso dopo la loro evangelizzazione, penetrò molto tardi. Solo nel 1840 la principessa Elena di Mecklenburg, moglie del duca di Orleans, introdusse l’albero di Natale alle Tuileries, suscitando la sorpresa generale della corte francese.
Fu così che l’uso di decorare per Natale l’abete si diffuse a poco a poco anche nei paesi latini, a simboleggiare la nascita del Cristo, anzi a trasformarsi in un simbolo di Cristo come albero della vita. Anche gli addobbi dell’albero furono interpretati cristianamente: i lumini simboleggiano la luce che Gesù dispensa all’umanità, i frutti dorati, insieme con i regalini e i dolciumi appesi ai suoi rami o raccolti ai suoi piedi rappresentano il simbolo della vita spirituale e dell’amore che egli offre agli uomini.
Il ceppo natalizio

Mentre l’usanza dell’abete solstiziale era scomparsa dalle tradizioni italiane con la cristianizzazione delle popolazioni germaniche che l’avevano introdotta, e non sarebbe riapparsa timidamente che all’inizio del XX secolo, era rimasta viva la tradizione di bruciare il ceppo, che oggi tuttavia è diventata molto rara, ristretta a poche comunità capaci di resistere pervicacemente al processo di sradicamento delle tradizioni.
Intorno alle origini dell’usanza del ceppo natalizio diverse sono le interpretazioni: il fuoco acceso nei giorni del solstizio invernale, quelli in cui la luce ed il calore del sole languono, poteva rappresentare una pratica magico-simpatica per rafforzare il sole stesso; oppure poteva simboleggiare l’anno che si consumava e finiva, aprendo la strada al rinnovamento del tempo; oppure poteva essere un rito legato al culto degli antenati.
Di certo, va visto come adattamento cristiano di una vecchia tradizione pagana quello di considerare il fuoco del ceppo come “rimedio per scaldare Gesù Bambino”. Ne sono la prova le proibizioni e le condanne ecclesiastiche contro l’usanza del ceppo e dell’uso dei suoi resti, ai quali il popolo attribuiva poteri magici di fertilità, abbondanza, fecondità.
Il vischio

Per le feste natalizie si usa appendere o regalare rametti di vischio, considerato un amuleto contro gli influssi negativi. Stando a una simpatica consuetudine, se si passa sotto un cespo di vischio ci si deve baciare.
In qualche regione dell’Inghilterra, per scongiurare il pericolo di rimanere zitelle, nella notte del 6 gennaio si deve bruciare il mazzo di vischio che ha addobbato la casa durante le feste natalizie.
La tradizione legata al vischio ci giunge dai Celti che lo consideravano una pianticella misteriosa, proveniente direttamente dagli dei, poiché non aveva radici e cresceva come parassita sui rami di un’altra pianta. Essi credevano che nascesse là dove era caduta la folgore, simbolo di una discesa della divinità e quindi di immortalità e rigenerazione.
Il vischio cresce su particolari specie di alberi, la quercia è un albero poco attaccato da questo parassita vegetale perciò il vischio delle querce era ritenuto sacro dai Druidi (sacerdoti Celti) che lo usavano nelle cerimonie purificatrici, staccandolo dalla pianta ospite con un falcetto d’oro.
Analogo valore sacro aveva il vischio nelle religioni nordiche. Le usanze druidiche continuarono in Francia anche dopo la sua cristianizzazione: nel XV secolo esisteva ancora una cerimonia che ricordava quella dei Celti e veniva detta Guilanleuf o Auguilanneuf (vischio dell’anno nuovo).
La natura solare del vischio, la sua nascita dal cielo e il suo legame con i solstizi non potevano non ispirare il simbolo del Cristo, luce del mondo, nato in modo misterioso e quindi usanza accettata anche nella simbologia della festa cristiana.
L'agrifoglio e il pungitopo

Gli antichi romani portavano dei ramoscelli di agrifoglio, durante i Saturnali, nei giorni che precedevano il solstizio invernale, considerandoli come talismani. Questa funzione di amuleto vegetale si ispira probabilmente al suo aspetto: le sue foglie coriacee e munite di spine molto pungenti evocano una funzione di difesa, sempreverdi e lucidissime evocano anche immagini e idee di durata, prosperità, sopravvivenza, mentre i frutti color rosso vivo, che maturano in autunno e durano per tutto l’inverno sembrano celebrare la rinascita del sole al solstizio ed augurare un anno felice.
Grazie alle foglie spinose ed alle bacche rosse anche il pungitopo ha evocato lo stesso simbolismo dell’agrifoglio e spesso lo sostituisce negli addobbi natalizi, soprattutto nelle zone in cui l’agrifoglio è diventato una pianta protetta.
La Stella di Natale

Una consuetudine che non proviene invece da antiche usanze è quella diffusasi in tempi recenti di regalare per Natale una piccola pianta di origine esotica, la Stella di Natale, le cui brattee a raggiera si colorano a poco a poco di rosso fino a raggiungere una tonalità accesa proprio nel periodo natalizio.
Questa piantina, che appartiene alla famiglia delle Euphorbiaceae e al genere Euphorbia fu scoperta fin dal 1520 dagli spagnoli di Cortés, che la notarono fra i doni che i sudditi portavano a Montezuma.
Soltanto nel 1825 l’ambasciatore degli Stati Uniti in Messico, Joel Robert Poinsett, colpito dalla sua bellezza ne portò alcuni esemplari in Carolina per coltivarli, ed in suo onore la pianta fu battezzata Poinsettia pulcherrima.
Nel XX secolo è invalsa in America l’usanza di regalarla per Natale insieme con il vischio e l’agrifoglio e, come tutte le mode provenienti da Oltreoceano, anche da noi questa consuetudine si è ben presto affermata.
Attualmente vengono coltivate anche varietà con brattee di colore diverso dal rosso originario.
La strenna natalizia

Infine un’ultima curiosità: anche l’usanza della “strenna natalizia”, nome con cui genericamente si indica il dono che viene fatto in occasione del Natale, ha radici lontane e anche questa tradizione è legata ad una pianta. Infatti alle Calende di gennaio, con l’inizio del nuovo anno i Romani solevano scambiarsi come dono augurale le strenae, ramoscelli prelevati da un boschetto sull’Esquilino dove si trovava il sacello della dea di origine sabina Strenia o Strena, dea dei buoni presagi, apportatrice di buona fortuna e felicità.
-------------
Bibliografia:
Alle radici del folklore romagnolo – E. Baldini
Calendario e folklore in Romagna – E. Baldini / G. Bellosi
Florario – A. Cattabiani